Mondo Scuola
Inclusione ed integrazione del disabile nel mondo scuola

La Rete dei 65 movimenti (composta da 105 associazioni, comitati e altri autorevoli esponenti della società civile) si dissocia totalmente dal gravissimo tentativo, reso pubblico nella data del 15 marzo, di “aggiustare e ripulire” il decreto delegato sull’inclusione scolastica degli alunni/studenti con disabilità (ecco il link al parere favorevole sull’atto del Governo 378 pubblicato ieri 17-03-2017 )

Come abbiamo sempre affermato in numerosi sedi, questo testo è inemendabile e rappresenta un attacco gravissimo all’inclusione, al principio di non discriminazione, alla crescita armoniosa degli alunni/studenti “comunque abili”, e dunque alle loro famiglie, ai lavoratori del comparto scuola e agli operatori specializzati nelle diverse attività di assistenza (alla comunicazione, autonomia, ingiene), necessarie agli alunni/studenti con disabilità.

Il succitato tentativo di ridisegnare l’atto 378 ha prodotto, come era evidente e prevedibile, una mostruosità, priva di anima, nonostante una virata sul registro linguistico, attraverso gli evocativi termini “bambine e bambini” o “alunni e alunne” (che ben lieve effetto sortiscono, perché disgiunti dal ritiro del decreto delegato sull’infanzia, noto come 0-6, o da un’esplicita tutela per gli studenti non frequentanti, che hanno bisogno della scuola ospedaliera e domiciliare, ad esempio).

Per non parlare del girone dantesco nel quale precipiteranno le famiglie e i loro figli, nella speranza di superare più di cinque pareri, commissioni e percorsi labirintici, prima di avere qualche certezza sulla vita scolastica e i servizi irrinunciabili a essa legati.

Continua a permanere: la condizione dei diritti all’esistenza delle risorse disponibili; il GIT, organismo inutile che costerà oltre 13 milioni di euro, tolti alla scuola dell’inclusione; si prevedono i contributi economici alle scuole private, con il rischio delle “scuole speciali”, senza che si abbia il coraggio di dire a quanto ammonteranno queste somme; nel momento più importante per il futuro dei propri figli (i propri angeli) con disabilità, i padri e le madri sono lasciati soli con un esercito di personale sanitario e para-sanitario, nonché qualche rappresentante della scuola adibito a freddo burocrate, che dovranno decidere come “funziona” un bambino/a con disabilità, senza che sia prevista una figura educativa, pedagogica, di sostegno, ecc…; tutto viene deciso da questa “super-commissione” para-sanitaria; nessuno quantifica le ore di sostegno necessarie per ogni singolo bambino/a; si prevedono ben 4 momenti valutativi/accertativi ad opera di differenti gruppi di persone; una montagna di carte e una burocrazia pazzesca che dovrà confluire al GIT, organismo costosissimo. Una follia. Riteniamo gravissima l’accondiscendenza della Fish e della Fand ad un testo mostruoso.

La Rete dei 65 movimenti, oggi in sciopero per il ritiro dei decreti attuativi della Legge 107 del 2015, coerentemente col proprio obiettivo e mandato, fornirà a breve alle famiglie e ai soggetti coinvolti, in via diretta e a mezzo stampa, un vademecum per la lettura di questo “astruso e periglioso testo”.

Qui il comunicato stampa

Ashampoo_Snap_2017.03.21_19h51m43s_003_  No alla riforma del sostegno scolastico: meno diritti per i disabili Ashampoo Snap 2017

pag.2  No alla riforma del sostegno scolastico: meno diritti per i disabili pag
Fonte

https://retedei65movimenti.wordpress.com/2017/03/17/no-alla-riforma-del-sostegno-emendata-vogliamo-il-ritiro/

Nel 2017 parte la scuola pubblica ispirata agli studi della Bicocca

Il comune annuncia l’avvio della sperimentazione per l’innovazione scolastica alla Don Rimoldi di San Fermo, il progetto si chiama “Una scuola”

La nuova scuola sperimentale ispirata al manifesto educativo “Una scuola” è realtà. La prima classe, a tempo pieno e nella scuola pubblica, sarà attiva da settembre 2017 a San Fermo alla scuola primaria statale 4 Novembre dell’Istituto comprensivo Varese 1 Don Rimoldi.

L’iniziativa è stata presentata in comune dall’assessore Rossella Dimaggio, e dai promotori del progetto, davanti a un nutrito gruppo di genitori, che figuravano tra i firmatari di un appello per attivare questa sperimentazione all’interno delle scuole pubbliche del comune di Varese.

La Primaria 4 Novembre, inserita nell’istituto comprensivo Don Rimoldi, ha accolto con entusiasmo l’idea.

IL MANIFESTO

Il progetto nasce dal manifesto “Una scuola”, frutto del lavoro di due ricercatrici del Dipartimento di scienze umane per la formazione “Riccardo Massa”, Francesca Antonacci e Monica Guerra, presenti oggi in comune per raccontare la scuola.

una-scuola-finlandese-586119.610x431  A Varese una scuola senza compiti una scuola finlandese 586119

In particolare, entrambe le ricercatrici hanno ricordato il senso di comunità che animerà l’intera scuola e confermato che il metodo educativo si basa sulla fine della rigida compartimentazione in orari e discipline come nella scuola tradizionale. L’esperimento è balzato alla cronache nei mesi scorsi come ispirato ai metodi educativi della scuola finlandese, con lezioni all’aria aperta, assenza di compiti, tempo pieno e un sistema più partecipato nella costruzione dei giudizi.

L’idea piace a molti genitori, e durante la conferenza stampa alcune mamme hanno spiegato che si sta anche cercando uno scuolabus che aiuti le famiglie.

LA BICOCCA

Il progetto è stato accolto dagli insegnanti Rosaria Violi e Luca Tondini, e dall’Istituto Don Rimoldi coordinato dalla dirigente Maria Rosa Rossi che hanno preso in carico l’attivazione di una classe fondata sulle linee guida del manifesto. Un aspetto molto interessante è che la didattica sarà coordinata anche da un lavoro di osservazione e verifica da parte dell‘università Bicocca di Milano, che ne ha elaborata l’impianto teorico. L’assessore Dimaggio ha espresso molto entusiasmo per l’avvio della sperimentazione: “E’ una grande opportunità e sono molto felice che nasca nella scuola pubblica, a cui tutti crediamo profondamente”.

fonte

http://www.varesenews.it/2016/12/nel-2017-parte-la-scuola-pubblica-ispirata-agli-studi-della-bicocca/580925/

Buona scuola

Buona scuola e disabilità: così si torna indietro di 40 anni!

Agpd esprime grande preoccupazione per i decreti attuativi della legge 107/2015 Buona scuola in tema di miglioramento dell’istruzione e delle inclusione degli alunni e studenti con disabilità, e lancia un grido di allarme: questi decreti violano l’articolo 3 della Costituzione e facendosi beffe della Convenzione Onu sui diritti delle persone con Disabilità, ci proiettano indietro di anni, a tempi di marginalizzazione e di medicalizzazione.

“Non condivido la soddisfazione per le aperture del Governo, raccolta da parte delle associazioni, rappresentative a  livello nazionale” – riferisce Rita Viotti, presidente di AGPD – “perché trovo di una gravità inaudita il mancato coinvolgimento del mondo associazionistico in fase di stesura. Questi decreti legittimano giuridicamente l’involuzione culturale, cui assistiamo già da qualche anno nelle scuole. Richiedere delle modifiche è certamente doveroso, ma temo che l’impegno di molti riuscirà a migliorare di poco il pasticcio fatto”.

Da anni, i pedagogisti di AGPD Onlus raccolgono segnali allarmanti di un processo di marginalizzazione in corso. A volte sono chiamati a intervenire per supportare, condividere buone prassi e strumenti educativi. Le richieste provengono da insegnanti, che manifestano apertamente il peso della propria inadeguatezza e la mancanza di una formazione adeguata. In questi casi, parliamo di ambienti in cui non è ancora venuta meno l’attenzione alla persona e il desiderio di lavorare in un’ottica inclusiva.

Ma cosa accadrà domani? I punti critici sono tanti; proviamo a considerare quelli a nostro avviso più rilevanti.
Con i Decreti si stabilisce la formazione specialistica per gli insegnanti di sostegno e non per tutti i docenti. Si porranno le basi di una separazione della carriera dei docenti e si finirà per investire l’insegnante di sostegno del compito di referente unico per l’integrazione, minando il senso della contitolarità.
Non escludiamo che ad attenderci dietro l’angolo ci siano: interventi mirati in gruppi ristretti, classi separate e progetti dedicati, anticamere di scuole speciali di vecchia memoria, costruite e volute con la presunzione di perseguire il bene della persona disabile.
I nuovo Decreti affidano a una commissione medica, legale e sanitaria, la valutazione della persona con disabilità che oggi è frutto di un lavoro di analisi fatto da: terapisti della riabilitazione, operatori sociali e della famiglia (per altro quest’ultima perde di centralità, relegata a una funzione meramente accessoria, chiamata a “chiedere”, “consegnare”, “aiutare a scrivere”). C’è di più, la valutazione avviene un’unica volta, al momento dell’accesso alla scuola dell’infanzia, e non si prevedono aggiornamenti al passaggio da un ordine scolastico all’altro. Dunque un unico documento, incurante del percorso di crescita proprio di ciascun individuo, segna l’intero percorso scolastico dello studente.
Con i Decreti, il PEI, Piano Educativo Individualizzato, sebbene ancora affidato a scuola, famiglia, Asl, viene approvato dai soli docenti. Al genitore non è nemmeno richiesto di apporre la propria firma, per suggellare il patto, l’azione condivisa a favore della persona. In essoscompare l’indicazione annuale delle ore di sostegno da assegnare alla persona, attribuzione demandata al nuovo GTI, Gruppo Territoriale per l’Inclusione.
Sarà interessante capire come verranno assegnate queste ore, quali parametri oggettivi consentiranno un’equa distribuzione da parte del GTI, che nei fatti, non avrà alcuna conoscenza della persona e dei suoi bisogni specifici. Quel che è certo: il meccanismo eliminerà le possibilità di controversie e di ricorsi familiari in caso di inadempienze.

In sintesi, la portata innovativa e culturale dei Decreti è venuta meno, e il principio cardine appare la contrazione dei diritti, un’operazione di semplificazione e facilitazione non convincente.
Dopo 40   anni di storia e leggi a favore dell’integrazione, addolora ritrovarsi a considerare il senso dell’autentica inclusione e di una diversità  che ancora non appare per quel che è: un valore, un valore per tutti, in una società ugualitaria.

In conclusione: che cosa vorremmo chiedere?  Di rigettare i Decreti, integralmente.
Vorremmo un ritiro, ma, detto in solitaria e di fronte all’arroganza di chi ha rifiutato il confronto in fase di stesura, siamo consapevoli di quanto inutile possa risultare questa richiesta.
Ci limiteremo dunque ad auspicare  che i danni possano essere minimizzati, raccogliendo le voci dei tanti  che in questi giorni si stanno adoperando con la richiesta di cambiamenti e modifiche, senza tuttavia privarci della convinzione che a livello culturale il danno è stato fatto e che saranno i nostri figli a pagarne le conseguenze.

 

fonte

 

http://www.agpd.it/buona-scuola-e-disabilita-indietro-di-40-anni/

Triste dirlo ma perchè in Italia si parla tanto di inclusione e poi vogliono discriminare con leggi e leggine la disabilità?

Ecco un esempio

 

Niente colpi di mano: verrà cancellata la parte delle delega della L.107/15 sul sostegno che avrebbe negato a molti alunni disabili il diritto a conseguire il diploma di licenza media.

 

Alessandro Giuliani

Niente colpi di mano: verrà cancellata la parte delle delega della L.107/15 sul sostegno che avrebbe negato a molti alunni disabili il diritto a conseguire il diploma di licenza media.

Dopo i Partigiani della Scuola Pubblica e i movimenti anti-decreto, negli ultimi giorni, dalle pagine della Tecnica della Scuola, aveva espresso il suo disappunto anche l’avvocato Salvatore Nocera, che fa capo all’associazione Fish.

A confermare la volontà di stralciare la norma è stata la Ministra dell’Istruzione, Valeria Fedeli rispondendo in questo modo alle crescenti preoccupazioni espresse da famiglie, sindacati e associazioni che tutelano i disabili e le loro famiglie, per il contenuto di diversi punti del decreto legislativo sulle “norme per la promozione dell’inclusione scolastica degli studenti con disabilità (Atto 378).

“Tutte le studentesse e gli studenti con disabilità – ha spiegato Fedeli – saranno messi nelle condizioni di svolgere al meglio il proprio percorso di studi e di concluderlo sostenendo prove che attestino le loro specifiche competenze e abilità, in base al Piano educativo individualizzato, predisposto di proposito per loro”, ha detto anche

Con particolare riferimento agli esami conclusivi del primo grado. “Voglio rassicurare- ha continuato il ministro – famiglie, sindacati e associazioni. Il decreto attuativo sull’inclusione scolastica nasce dalla volontà e dalla determinazione di dare alle ragazze e ai ragazzi con disabilità pari opportunità formative e una qualità della vita all’altezza delle loro esigenze e dei loro sogni. Per questo le imprecisioni o le problematiche emerse verranno migliorate in ambito parlamentare“.

“Abbiamo chiaro che la disabilità è ricchezza, non è qualcosa in meno ma una positiva diversità e la nostra azione – ha proseguito la ministra – sarà improntata su questo principio cardine”.

Nei giorni scorsi Valeria Fedeli ha incontrato diversi rappresentanti delle associazioni per ascoltare le loro istanze e gli stessi sono stati ascoltati nelle Commissioni che stanno esaminando il decreto in Parlamento e nell’Osservatorio sull’inclusione del Miur.

“Rispetto all’esame di secondaria di primo grado – aggiunge la Ministra – la stessa legge 104 del 1992 stabilisce chiaramente che le studentesse e gli studenti della scuola dell’obbligo debbano essere verificati in base agli obiettivi del Piano educativo individualizzato, affinché si possa ragionare sulle abilità specifiche sviluppate e potenziate durante gli anni di studio”.

“Continueremo su questa strada e rafforzeremo una scuola di diritti e di opportunità che metta al centro le ragazze e i ragazzi, le loro peculiarità e il loro desiderio di futuro. Vogliamo costruire per loro una scuola che li accompagni nel domani. E una società che li accolga e faccia della loro diversità un’occasione di crescita globale”, ha concluso la responsabile del Miur.

fonte

http://www.flcgil.it/rassegna-stampa/nazionale/salva-la-licenza-media-dei-disabili-parola-di-ministro-faranno-gli-esami-in-base-al-pei.flc

Uno dei tasselli più qualificanti della riforma della scuola è costituito dall’intervento sul sostegno che prevede un cambiamento significativo nell’inclusione dei disabili nel sistema educativo italiano. La riforma del sostegno prevede, tra le altre cose, una formazione maggiore per gli insegnanti specializzati sulle diverse forme di disabilità.

Davide Faraone, il responsabile scuola per il Pd, ha presentato il progetto di riforma del sostegno scolastico spiegando “La proposta fa cardine su quattro aspetti principali:

  • formazione degli insegnanti e continuità educativa;
  • garanzia dei diritti degli alunni;
  • migliore organizzazione territoriale;
  • rapporti con le famiglie”.

Con norme apposite si intende garantire la continuità educativa affiancandola, laddove è necessaria, con l’assistenza nell’istruzione domiciliare ma si è prevista anche la possibilità di somministrare farmaci a scuola. Una vera rivoluzione la proposta di legge elaborata dallaFish e sostenuta dal Pd e dallo stesso ministro Giannini, con la quale si vuol provare a superare la delega al docente di sostegno e si prova a puntare, appunto, alla formazione dei docenti stessi.

La proposta ha origine da un testo presentato dalla deputata Pd Katia Zanotti nel 2006, il testo però non ebbe seguito a causa della fine della legislatura lasciando alla scuola tutte le criticità legate all’inclusione scolastica.

L’originaria proposta di legge del 2006 è stata ripresa, poi, quando nel 2012 fu emanato il Dpr del 4 ottobre con il quale veniva approvato dal Governo il Piano d’azione per attuare la Convenzione Onu sulla disabilità del 2006. La proposta di legge fu integrata e arricchita con soluzioni più attuali e include, ad oggi, 17 articoli. Di seguito la sintesi dei punti della proposta di legge:

  • Il progetto di inclusione dovrà essere preso in carico da tutti i docenti curriculari e non solo da quelli di sostegno “attraverso una partecipazione corresponsabile alla predisposizione, all’attuazione e alla verifica del Piano Educativo Individualizzato”. Si pone l’accento anche sull’ “’obbligo di formazione iniziale ed in servizio per i dirigenti e per i docenti sugli aspetti pedagogico-didattici ed organizzativi, dell’inclusione scolastica”. L’articolo 1 della proposta di legge prevede, come anticipato sopra, la garanzia di poter somministrare farmaci durante l’orario scolastico laddove ci sia una prescrizione sanitaria sulle modalità a cui si aggiunge anche la “individuazione dei livelli essenziali delle prestazioni scolastiche, sanitarie e sociali necessarie a realizzare l’inclusione scolastica”. Tali obiettivi e tali garanzie saranno estese anche a tutti gli alunni con Bes.
  •  Per l’inclusione sociale delle persone con disabilità è stata prevista l’istituzione di un Comitato interministeriale presso la presidenza del Consiglio dei Ministri per indirizzare l’inclusione e la tutela dei diritti delle persone con disabilità. – Per gli insegnanti di sostegno sarà richiesta una preparazione specialistica attraverso una laurea per il sostegno attraverso l’istituzione di quattro diversi indirizzi per il sostegno didattico: uno per la scuola dell’infanzia, uno per la primaria, uno per la scuola secondaria di primo grado e uno per la scuola secondaria di secondo grado.
  • Nella proposta di legge è dedicato un ampio spazio al percorso formativo dei docenti di sostegno, sia iniziale che in servizio, ma anche alla formazione dei docenti curriculari. Per i docenti di sostegno sono previsti percorsi specifici, “la formazione iniziale dei docenti di scuola dell’infanzia e primaria e di scuola secondaria di primo e secondo grado deve obbligatoriamente prevedere almeno 30 crediti formativi universitari vertenti sugli aspetti della didattica per l’inclusione scolastica degli alunni con disabilità e con altri bisogni educativi speciali, come condizione necessaria per l’abilitazione all’insegnamento”. Alla stesura del Piano didattico personalizzato per gli alunni disabili e con bisogni speciali, sono inoltre tenuti a partecipare “all’inizio di ogni anno scolastico, prima dell’avvio delle lezioni, tutti i docenti delle classi cui sono iscritti alunni con bisogni educativi speciali certificati” si legge.
  •  La rivendicazione principale della Fish riguarda la continuità didattica, affrontata nell’articolo 6 della proposta di legge; è previsto per i docenti di sostegno a tempo determinato che prendono servizio in classi non terminali, un contratto biennale nella stessa sede (contratto legato però alla disponibilità della sede stessa, mentre i docenti a tempo indeterminato seguiranno gli alunni disabili per l’intero ciclo.
  •  Per quanto riguarda la certificazione della disabilità sono previste importanti novità che porteranno ad una semplificazione degli atti burocratici ad essa legati. La diagnosi funzionale ed il profilo dinamico funzionale saranno sostituiti dal Profilo di funzionamento alla cui formulazione parteciperanno anche le famiglie, un docente dell’alunno e gli operatori della Asl.
  •  Nell’articolo 8 della proposta si ribadisce la storica richiesta della Fish per la creazione “di un sistema di rilevazione dei dati che consenta in tempi reali di conoscere tra l’altro l’andamento del numero di alunni con disabilità, dei docenti per il sostegno didattico, il numero di assistenti per l’autonomia e la comunicazione, il numero di alunni nelle loro classi e quello degli stessi alunni con disabilità nelle classi”.
  •  I docenti di sostegno, il cui numero fino ad ora è stato ritenuto insufficiente, giungeranno nell’arco di un triennio a coprire i posti disponibili (con numero pari a 110.000). I posti confluiranno nell’organico di rete e tramite il Piano Annuale per l’inclusività saranno assegnati in base alle necessità.
  •  Per frenare l’aumento del numero dei ricorsi per indurre l’aumento del numero delle ore di sostegno si introdurrà l’obbligo della conciliazione, da esprimere in tempi molto brevi prima di agire in giudizio.

In una lunga intervista Marco Rossi Doria, sottosegretario all’Istruzione con delega ai servizi per l’integrazione degli alunni disabili, ha spiegato che l’approccio che ha portato alle linee guida su cui si è basata la proposta di legge si basa sull’idea che l’azione educativa deve poter evidenziare e rafforzare tutto ciò che l’alunno con disabilità è o sarà in grado di fare in futuro e non su quello che non potrà mai fare.

 

 

fonte

 

http://www.orizzontescuola.it/news/riforma-del-sostegno-ecco-come-cambier-l-inclusione-dei-disabili-nella-scuola

Ecco chi sono i docenti impreparati che distruggono la mente del bambino.

Sono sempre i più piccoli a stimolare in me la voglia di scrivere.

Le mamme mi chiedono, mi consigliano, mi ascoltano, ma la mia carta vincente è sentire i bambini e gli adolescenti. Loro sono le mie energie, la mia creatività, la mia immaginazione e la mia voglia di fare sempre meglio. È per questo che è a loro che passo la parola, che da loro traggo spunti e a loro inevitabilmente torno ogni giorno della mia settimana.

Questo articolo lo scrivo perché attraverso me possano dar voce al loro urlante silenzioso e doloroso pensiero.

Circa un anno fa, di questi tempi, scrissi indignata “Ecco come distruggiamo la mente dei nostri bambini”, considerando una brutta connivenza l’accordo tra insegnanti, genitori e medici, nel diagnosticare malattie inesistenti sulla pelle di tutti quei bambini a cui la vita ha tolto qualcosa in termini di affettività, attenzione, relazione, amicizia, comprensione, capacità d’ascolto, di rispetto dei propri tempi, delle proprie competenze, del proprio essere unici e irripetibili.

Oggi, questo articolo lo scrivo invece per rendere giustizia alla disperazione delle numerose famiglie che trovano ancora la forza di scrivermi e cercare aiuto alla loro impotenza nel dover fronteggiare docenti ignoranti, presuntuosi e privi di capacità didattiche, che, con la complicità delle istituzioni, si arrogano il diritto di fare diagnosi sui loro figli e impongono ai genitori percorsi per una valutazione psichica.

Vi sembra eccessivo quello che ho scritto? Come fanno ad imporlo? Semplice! Con il subdolo e meschino ricatto di non seguire più il bambino come fanno con gli altri alunni della classe; ignorando la famiglia; mettendo voti bassi anche quando gli studenti meritano di più; terrorizzandoli nel lavoro svolto, perché è troppo corto, troppo lungo, troppo banale, troppo facile o troppo difficile; perché non stanno fermi, non dicono la parola giusta al momento giusto, si alzano dal banco troppo spesso ecc.; terrorizzandoli con i compiti, perché se non riescono a finirli, li costringono a chiedere ai genitori di poter restare a casa il giorno successivo. Ovvero, cancellando metaforicamente l’alunno dalla classe. E non c’è niente di più subdolo e meschino di ciò che non può essere concretamente visto.

Con la menzogna “dell’aiuto”, con l’ipocrisia “del fare per”, centinaia di migliaia di bambini tutti gli anni vengono sottoposti, su richiesta del docente, a percorsi psichiatrici per la valutazione del loro potenziale cognitivo. Non leggono ancora come la maggior parte della classe? Allora signora suo figlio potrebbe essere affetto da dislessia; non ha ancora imparato le tabelline? Allora signori il vostro bambino potrebbe essere affetto da discalculia; scrive con una pessima calligrafia? Allora cari genitori potrebbe essere affetto da disgrafia; è più vivace degli altri bambini? Allora signore suo figlio potrebbe avere la sindrome da iperattività, e così via.

Ho conosciuto diversi insegnanti in questi anni di docenza in varie scuole: c’era quello stressatissimo perché era allergico agli adolescenti, in quanto quel mestiere era per lui un ripiego perché il lavoro che aveva sempre desiderato non è riuscito a raggiungerlo e poi, sapete… bisogna pur campare!; quella isterica perché il marito l’aveva lasciata; quella ipocondriaca che pretendeva che tutti i bambini ogni due ore si lavassero le mani, che non la toccassero e che su tutti i banchi ci fosse sempre un pacchetto di fazzoletti; ho incontrato quella con l’alterazione dell’umore, un momento prima rideva e scherzava e subito dopo urlava come un’isterica; quello che pretendeva che tutti gli studenti facessero lo stesso lavoro in tempi brevissimi; quello che diceva le parolacce e poi metteva le note agli studenti che facevano altrettanto; quella che non guardava mai in faccia lo studente quando gli parlava, o quella che lo chiamava per il colore dei capelli o degli occhi o per un oggetto che portava addosso, annullandolo letteralmente; quello che fumava nonostante i divieti, e quella che entrava in classe a fare l’appello e poi spariva per tutta l’ora. Poi ho conosciuto tante tante depresse e depressi: quelle che si mettevano a piangere davanti ai bambini; quelli che stavano sempre con il cellulare in mano… E poi tutti gli altri docenti: quelle/i che non sanno spiegare; non sanno capire; non sanno gioire; non sanno relazionarsi; non sanno ascoltare; non sanno ridere con i bambini; non sanno salutare per primi; non sanno vedere i loro stessi movimenti di rabbia, frustrazione e pertanto non sanno gestirli, ma li riversano sugli studenti; non sanno evitare rigorosamente l’effetto Pigmalione; non conoscono minimamente i propri scolari neppure a fine anno; non sanno risolvere le questioni difficili che si creano in classe; non sanno responsabilizzare gli alunni; non sanno lasciarli liberi di pensare; ma… badate bene, proprio loro sanno fare diagnosi medica!

Non solo, questi docenti pretendono che le loro richieste di medicalizzazione siano soddisfatte, altrimenti chiamano l’assistente sociale. E questo lo fanno perché, non essendo capaci nel proprio lavoro devono poter scaricare sul bambino o l’adolescente la loro incompetenza.

Abbiamo già più volte detto che queste presunte “patologie” non esistono; è stato più volte dimostrato che questi ragazzi e bambini debitamente aiutati pedagogicamente a recuperare una carenza causata dal mondo adulto (così come sopra descritto), posso raggiungere, anche in breve tempo, i livelli della maggioranza. Ma le istituzioni preferiscono medicalizzare anziché formare i docenti e far salire in cattedra solo i più competenti. I docenti incompetenti naturalmente, preferiscono imporsi alla famiglia e dettar legge su questioni a loro letteralmente sconosciute, fino a quando questi bambini non li avranno completamente distrutti e potranno finalmente dire: “Io ve lo avevo detto che aveva un problema!”.

Questi insegnanti ci dicono che hanno fatto corsi di aggiornamento, ossia che li hanno preparati a valutare tutte queste patologie. Naturalmente la maggior parte di questi corsi di aggiornamento sono fatti da case editrici che hanno grossissimi interessi economici nella vendita di libri compensativi per studenti e informativi per docenti. Ma nei corsi di aggiornamento agli insegnanti (questi insigni professori di psicologia o psichiatria chiamati dall’editore compiacente), hanno mai spiegato nei loro corsi quanto danno può fare un docente depresso? Quanto danno può fare un insegnante che non ascolta, o uno che è freddo e razionale, uno che sa solo etichettare, uno che denigra e ridicolizza chi è più indietro, uno che colpevolizza, uno che ha già deciso che quel bambino deve fare un percorso medico perché lui ne è convinto? Glielo hanno insegnato a questi docenti quanto danno provoca tutto ciò sulla capacità cognitiva del bambino? Glielo hanno spiegato prima di fare sentenze e diagnosi quanto pesa il suo comportamento sulla qualità della vita di un bambino? Glielo hanno detto quanto ferisce, quanto danneggia il pensiero di un bambino quando si sente escluso dall’insegnante? Glielo hanno spiegato quanto danneggia un bambino o un adolescente quando si sente diverso dagli altri bambini/adolescenti della classe? Glielo hanno insegnato quanto pesano su bambini e adolescenti le parole poco pensate (dette dal docente), e quanto incidono sull’autostima e la fiducia in se stessi? Glielo hanno detto perché, carenti di autostima e fiducia in se stessi, poi da grandi, questi bambini, dovranno frequentare corsi e libri di automotivazione per raggiungere i propri obiettivi?[1] I corsi di aggiornamento che si fregiano di insegnare ai docenti come “diagnosticare” presunte patologie, e che si avvalgono degli psicologi (che dovrebbero conoscere la psiche dei nostri studenti e che pertanto dovrebbero essere capaci di rispondere a tutte le domande che mi sono posta), hanno aggiornato i nostri docenti su tutte queste tematiche? O si sono limitati a fare gli interessi dell’editore? L’università li ha preparati i nostri docenti a tutto questo? Gli insegnanti, dal nido alla scuola secondaria di secondo grado, la conoscono tutti la pedagogia?

La maggior parte di questi bambini, una volta intrapreso il percorso medico, si rifiuta di andare dal logopedista (oramai prassi consolidata di “cura”, ma quale cura se non c’è malattia?), ma noi lo forziamo fino a farlo diventare nervoso e irascibile, perché nessuno ha capito che se non cambia il modo di relazionarsi dell’adulto, lui non potrà cambiare[2]. La maggior parte di loro ha un calo drastico del rendimento dopo aver percorso un iter diagnostico, ma continuano a dire che è il suo disturbo cognitivo che sta aumentando, quando loro sono i primi artefici di tale disturbo. La maggior parte di questi bambini e adolescenti, ha solo bisogno di una realtà affettiva che sappia comprendere e accettare i loro specifici tempi, le loro specifiche capacità cognitive e le sappia guidare pedagogicamente per un giusto e corretto sviluppo.

Poi certo, dobbiamo anche permettere a questi docenti di lavorare bene con gli studenti, e questo lo possono fare solo se le classi non sono un “pollaio”; ma anche se lo fossero, questo non li esime da un impegno specifico verso chi dimostra di averne più bisogno. Questo non li esime dall’evitare di fare diagnosi, e/o dall’attuazione di una pedagogia dinamica, o piuttosto nel chiedere alla famiglia (come si faceva un tempo), di farlo seguire da un’insegnante a casa (non una/un logopedista che non sa assolutamente nulla di pedagogia e didattica!). Perché questi bambini e ragazzi, è solo di questo che hanno bisogno, di essere seguiti un po’ più degli altri, di essere rivalutati nel rapporto, di essere capiti.

La nostra società e la nostra scuola ha bisogno solo di docenti più competenti e soprattutto più umani, dove per umano intendo capace di pensare agli studenti prima ancora che alla facilità nello svolgere il proprio lavoro; più umani significa lavorare per passione e competenze piuttosto che per ripiego o alternativa; più umani significa guardare agli altri senza il pregiudizio, il conformismo o il razzismo che spesso nasce in certi docenti ogni volta che vedono una diversità.

Dr.ssa Tiziana Cristofari

 

fonte

http://www.figlimeravigliosi.it/2015/10/i-docenti-impreparati-che-distruggono.html

Sono una pedagogista-docente e mi occupo di formazione oramai da diversi anni. Troppo spesso però vedo una situazione che non posso più tacere, anche se non è la prima volta che ne parlo.

Sono molto indignata per la facilità con cui i nostri bambini vengono giudicati e “torturati” psicologicamente. E non sto esagerando! Perché la tortura non è solo quella fisica, ma anche e ai nostri giorni soprattutto, quella psicologica.

Viviamo in una società molto superficiale, dove i tempi frenetici e la poca pazienza che abbiamo nei confronti dei nostri bambini e delle nostre bambine, ci spingono a conclusioni affrettate sulle loro potenzialità e capacità cognitive, purché ci sollevino dall’incombenza di seguirli negli studi.

Troppo spesso i genitori mi portano i loro figli emotivamente avviliti, psicologicamente affranti, demotivati e senza più la minima autostima di se stessi.

Arrivano da me dicendomi che il loro bambino o la loro bambina ha difficoltà nello studio; che piange perché non vuole studiare; che non vuole andare a scuola. Me li portano dicendomi che l’insegnante gli ha detto che sicuramente ha qualche problema cognitivo, e quando arrivano da me hanno già fatto percorsi con il logopedista e il più delle volte, il medico, gli ha certificato un ritardo nell’apprendimento.

Ma sapete una cosa? Nel 99% dei casi, il bambino o la bambina non ha niente, recuperando nel giro di un anno scolastico tutte le carenze!

Mi sono chiesta più volte se voi vi foste mai domandati come reagiscono i vostri figli a tutte queste chiacchiere non vere sulla loro capacità di apprendimento. Vi siete mai chiesti cosa provano? Come stanno? Cosa pensano di tutte quelle ricerche mediche e quelle esercitazioni alienanti, ai quali vengono sottoposti anche solo perché hanno una pessima scrittura? Vi siete mai chiesti guardando la calligrafia di un medico se anche lui fosse disgrafico?

Ve lo dico io cosa pensano i nostri figli! Pensano di essere inferiori, di essere diversi, stupidi, non capaci come i loro compagni di classe. E la loro psiche lentamente cambia e diventa brutta. Perdono la loro autostima, diventano tristi, paurosi e a scuola non rendono più, non si sentono capaci e si convincono di non riuscire negli studi; dentro di loro si domandano perché devono continuare a studiare; perché devono andare a scuola, a cosa serve… perché la scuola non brucia!

Io sono molto indignata! con insegnanti impreparati nella didattica che si sentono in diritto di diagnosticare senza averne la competenza.

Sono molto indignata! con la connivenza dei medici psichiatri che devono trovare necessariamente un’anomalia in un bambino che ha solo bisogno di essere rispettato nei suoi tempi di apprendimento, mentre la loro diagnosi è basata su statistiche (vi ricordo che Albert Einstein ha mostrato la sua genialità solo all’università, risultando terribilmente carente in tutti i precedenti corsi di studi, soprattutto in matematica; e nonostante oggi si dica che fosse dislessico, niente e nessuno allora, fortunatamente, gli ha impedito di credere in se stesso e di diventare ciò che tutti noi conosciamo). Vogliamo parlare dei logopedisti? Che uccidono il pensiero del bambino tediandolo con tanti esercizietti che allontanano sempre più il piccolo dalla scuola? E tutto questo pur di non ammettere che quel paziente non ha bisogno del loro aiuto, ma solo di una efficace didattica che loro ignorano completamente.

Ma è tutto un sistema di scarica barile: l’insegnante ai genitori, i genitori al medico, il medico al logopedista e il logopedista sul problema diagnosticato dal medico che purtroppo si può migliorare, ma non curare; e non c’è la cura semplicemente perché non c’è la malattia!

Ma sono indignata anche con voi genitori! Che non avete la pazienza di ascoltarli i vostri figli; che li imboccate come se fossero sempre piccoli, senza svezzarli nel rapporto e nella loro continua e costante crescita di competenze. E questo è un errore grave, molto grave, perché non permettete loro di crescere, di sviluppare indipendenza, di conquistarsi quel pezzettino di mondo a scuola, che solo a loro appartiene.  Non avete voglia di seguire e capire i cambiamenti che la scuola li costringe a sviluppare, non avete la voglia di capire che il vero problema potrebbe essere nel rapporto con voi, con la maestra o con i compagni di classe. Perché è così: quasi sempre il problema scolastico ha le sue profonde radici nel rapporto umano.

Allora non distruggiamo la mente e la vitalità dei nostri figli, abbiate il coraggio e l’umiltà di valutare il vostro rapporto, di considerare quello che la maestra ha con vostro figlio o vostra figlia, prima ancora di intraprendere un percorso diagnostico, che in quanto tale, nella mente del bambino, riporta sempre e comunque a una malattia e quindi a una diversità dai compagni di scuola. Ricordandovi inoltre che oggi, quella che viene comunemente definita dislessia, il più delle volte è un abuso di terminologia e medicalizzazione su bambini sanissimi per questione di business. Non confondiamo le difficoltà didattiche e di rapporto con la scusa della malattia, una malattia che nessuno ha organicamente riscontrato e che si basa solo su statistiche. Eviteremo così di crescere bambini insicuri, ribelli, aggressivi, svogliati, tristi, spaventati e senza autostima.

 

Dr. Tiziana Cristofari

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http://www.figlimeravigliosi.it/2014/10/ecco-come-distruggiamo-la-mente-dei.html 

Voglio solo formulare alcune domande che la famiglia dovrebbe porsi sostituendole a quelle sulla matematica o sulla storia. Dovrebbe chiedersi quali sono i desideri di quel figliolo, quale rapporto ha stabilito con i compagni e, in particolare, come egli viva la relazione dentro il gruppo dei pari età. Dovrebbe ancora domandarsi come egli percepisca i propri genitori, se all’interno di un rapporto affettivo o se non siano ridotti a cerberi con cui doversi confrontare attraverso menzogne. Chiedersi se egli non sia giunto ad applicare la strategia del doppio binario o della doppia vita, per cui ogni cosa ha una versione a casa, una diversa fuori di casa e magari una terza a scuola. Uno sdoppiamento o una triplicazione di comportamenti per adeguarsi alle situazioni differenti. Tutto questo viene ignorato mentre padre e madre diventano una succursale della scuola e i temi familiari sono sostituiti dalle guerre puniche o dal secondo principio della termodinamica che pone in serio pericolo la promozione in fisica. Credimi, non se ne può più di giudizi scolastici che passano poi dentro la famiglia e la fanno sentire a sua volta giudicata dalla scuola, come se il problema la riguardasse direttamente, e così tutto gira attorno alla scuola del giudizio, dell’invasione. Voglio essere chiaro: niente giudizio, niente compiti a casa. E non deve sembrarti una presa di posizione utopica e magari rivoluzionaria, semplicemente è coerente con un passaggio di prospettiva dal singolo alla classe come centro del tuo lavoro e dal limitarsi a inculcare la tua materia all’insegnare invece a vivere attraverso gli strumenti propri della scuola in cooperazione con altri istituti, la famiglia in primis. Adesso però per simmetria devo accennare alle interferenze che la famiglia esercita sulla scuola e sono altrettanto pedanti e guidate dal successo parziale o mancato del proprio figlio, in quella scuola, dentro quella classe. Se ottiene un giudizio eccellente, la famiglia non cercherà alcun contatto con la scuola: si limiterà a recitare ovunque il merito del figlio che è anche merito della famiglia che trasmette l ‘amore della cultura e il senso del dovere. Se invece il giudizio è negativo o insoddisfacente, allora il legame famiglia-scuola si attiva e gli incontri tra gli insegnanti e i familiari mostrano il dissenso per come è valutato il ragazzo: seguendo strategie diverse. La strategia di attacco è di solito messa in atto dalle famiglie borghesi, con buon livello economico: gli insegnanti sono visti come persecutori dei figli. La strategia del lamento è propria di famiglie economicamente emergenti che vedono nella scuola la pedana per il riscatto sociale del figlio: riconoscono che non ha reso, ma che è necessario considerare la sua salute fragile, a cui si aggiunge sullo sfondo il soffio al cuore del padre o una nonna moribonda. Fanno promesse di recupero e si sostituiscono al figlio come se fosse lui ad avere deciso di vivere da trappista da quell’incontro in poi. La terza strategia è quella della famiglia che non è attenta alla scuola e che anzi considera il periodo dell’insegnamento dell’obbligo come una disgrazia poiché impedisce di utilizzare il figlio per raggranellare in qualsiasi modo qualche euro migliorando così il basso tenore di vita. Una famiglia in cui il figlio è ridotto a possibile forza di guadagno e, anche se è poco, è sempre molto rispetto al nulla e alla perdita di tempo a scuola. La quarta strategia non esiste, mentre dovrebbe essere la sola accettabile. Mi riferisco alla famiglia che incontra gli insegnanti per parlare con loro del piano educativo, per ipotizzare una collaborazione su alcuni temi in cui la famiglia fatica a ottenere dei risultati, mentre forse con l’ausilio della scuola le cose potrebbero andare meglio. Un incontro per valutare la percezione che il figlio ha dell’autorità; per considerare la sua introversione o l’eccessivo bisogno di protagonismo; per individuare quei punti in cui sarebbe bene coordinare l’azione educativa, poiché i limiti che un insegnante può intravedere riguardano gli affetti su cui la famiglia ha strumenti più efficaci, mentre la scuola può facilitare la soluzione di difficoltà che si manifestano a casa. L’insegnante deve svolgere il proprio impegno dentro la scuola, il padre e la madre dentro la famiglia, e tutti si devono incontrare per mettere a punto strategie e piccoli interventi che aiutino il processo globale dell’educazione. Credo che siano utili i Consigli di classe dei docenti, perché si possono raccogliere e scambiare osservazioni da punti di vista differenti e si possono fare paragoni tra il comportamento del singolo e della classe nei confronti di questo o quell’insegnante. Una collaborazione aperta permetterebbe di coordinare gli interventi che sono sempre diretti a insegnare a vivere, il che prevede il rispetto delle regole, la percezione del gruppo come unità e come solo elemento sottoposto a giudizio. Ma ora voglio rientrare dentro la classe per esprimere il mio parere sui tuoi alunni, o meglio su alcune caratteristiche che li evidenziano rispetto agli alunni che magari avevi solo qualche anno fa.

 

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http://www.iacpignataromaggiore.it/caro%20insegnante%20Stralcio%203.pdf

Luglio 9, 2014 Margherita Pellegrino

Lettera di una professoressa «sbigottita» dalla tendenza del nostro sistema educativo ad attribuire ogni difficoltà degli alunni a ipotetici disturbi mentali. Le nostre scuole stanno diventando ospedali psichiatrici?

Riceviamo dalla professoressa Margherita Pellegrino, insegnante a Segrate (Mi), e pubblichiamo

Egregio Direttore, sono rimasta sbigottita: «Oltre 90 mila alunni con DSA tra gli anni scolastici 2010/2011 e 2011/2012 , 24.811 certificazioni in più (+37 per cento). L’incremento più significativo alle superiori, il numero più alto di studenti alle medie» (Ministero dell’Università, dell’Istruzione e della Ricerca).

Un trend in salita come si evince anche dall’allarme che è stato lanciato a Pisa: «La dislessia rischia di diventare un’emergenza sociale. Nel 2013 all’ ASL 5 sono arrivate 530 richieste di valutazione per DSA che hanno confermato 343 diagnosi. In pratica, si è registrata una richiesta di diagnosi ogni circa 641 persone e un caso di Dsa ogni 990 abitanti» (OrizzonteScuola.it)

Da quando è stata approvata la legge 170/2010 sui Disturbi Specifici dell’Apprendimento, i DSA sono entrati ufficialmente nella scuola segnando una svolta nella didattica, e questi ne sono i risultati.

Sono aumentati i corsi di aggiornamento ai docenti per indottrinarli sull’esistenza e individuazione di questi disturbi, così la soluzione agli errori commessi dagli alunni in fase di apprendimento, non è individuarne la causa, correggerli e far fare esercizio, come facevano i nostri insegnanti, ma indirizzare il genitore dell’alunno dal neuropsichiatra per una valutazione di DSA sul figlio e questo alla fine della seconda elementare, quando non viene fatto già nei primi anni della scuola dell’infanzia.

Attribuire gli errori dell’alunno ad un “disturbo” dovuto ad ipotetici “difetti di migrazione cellulare” secondo gli esperti, ma poi fare diagnosi attraverso test di lettura, scrittura che ben poco hanno di scientifico, dire ad un bambino che il suo cervello non è come quello di tutti gli altri sulla base della lettura di una lista di parole, lista di non parole , di un dettato, di risposte alle tabelline, calcolandone i tempi di esecuzione, non sono cose da poco. Dire che di questi disturbi non si guarisce, che non sarà mai in grado di leggere e/o scrivere e fare i calcoli correttamente significa inculcargli l’idea di incapacità, significa negargli la vera istruzione: non insegnargli a leggere, scrivere e far di conto, che è la funzione primaria della scuola elementare.

Basta che un’insegnante non sappia insegnare per creare un alunno DSA.

Non si va ad indagare sui metodi didattici utilizzati dall’insegnante. Una delle cause di così tanti errori e difficoltà degli alunni è stata individuata, ad esempio, nel Metodo Globale, ora utilizzato da molti maestri nella scuola elementare; le classi pollaio vanno bene: è l’alunno che è affetto da “disturbi”.

Nel Manuale Statistico e Diagnostico, il testo utilizzato per le diagnosi delle malattie mentali, dove tra l’altro sono riportati anche i DSA, tutte le malattie sono indicate come disturbi, quindi di che cosa stiamo parlando?

Nel solo 2011 sono stati erogati ben 705.308,81 euro da Enti Pubblici (istituti scolastici, ASL) all’Associazione Italiana Dislessia per attività formativa (Bilancio AID 2011). «Presso strutture private alcuni genitori hanno speso anche 1000 euro per una diagnosi DSA» (AID, comumicato stampa, marzo 2012).

Una seduta dallo psicologo o logopedista costa circa 80 euro, in alcune regioni viene anche riconosciuta agli alunni DSA un’indennità di frequenza, un disborso mensile di 238,00 euro più 10 euro per ogni corso riabilitativo frequentato, oltre all’aumento degli assegni familiari. Che cosa sta venendo finanziato? In che cosa sta investendo la scuola? In 90 mila alunni certificati DSA esclusi dalle prove INVALSI, perché la loro partecipazione avrebbe abbassato la media nazionale dei risultati delle prove?

Il problema è didattico e la soluzione è nella didattica.

Se 20, 30, 40 anni fa qualcuno avesse acceso i fari sui nostri errori e comportamenti, a quanti di noi e dei nostri compagni sarebbero stati diagnosticati DSA o ADHD? Eppure ce l’abbiamo fatta, le nostre carriere non sono state stroncate, i nostri sogni non sono stati buttati nella spazzatura.

Quella che è stata fatta è una Riforma strisciante della Didattica, studiata astutamente, e supportata da un accurato piano di marketing. Come è stato apertamente dichiarato dagli stessi artefici di campagne mediatiche che hanno portato all’approvazione di questa legge in uno dei tanti convegni sul soggetto: «In realtà siamo indietro con la comprensione di quelli che sono i disturbi specifici dell’apprendimento… la teoria che aiuta a capire è ancora tutta da costruire tuttavia la legge ci ha dato questa opportunità cioè di cambiare la cultura… ci sono sicuramente poche scuole che giudicano bene il cambiamento della didattica ma sono convinto… che con il contributo di tutti questo percorso di cambiamento culturale sarà rapido e non ci vorranno troppe generazioni» (2° convegno nazionale scuola e DSA: riflessioni e proposte).

Bisogna fare un passo indietro su questa legge se non vogliamo creare un generazione di incapaci, insicuri, ignoranti e facilmente manovrabili, come ha scritto Frank Furedi, Professore di Sociologia: «Se l’attuale tendenza continua, presto ci sarà poca differenza tra una scuola e una clinica per malattie mentali… se consideriamo le sfide della vita come un’esperienza cui i bambini non possono far fronte, i ragazzi raccoglieranno il messaggio e le considereranno con terrore. Tuttavia, se la finiamo di giocare a fare il dottore ed il paziente e aiutiamo invece i bambini a sviluppare la loro forza attraverso l’insegnamento creativo, allora i piccoli inizieranno a tener testa alle situazioni… proteggere i bambini dalla pressione e dalle nuove esperienze rappresenta una mancanza di fiducia nel loro potenziale di sviluppo attraverso nuove sfide». (F. Furedi, The Express, 20 maggio 2004).

Prof.ssa Margherita Pellegrino

 

Fonte

http://www.tempi.it/scuola-diagnosi-dsa-figli-tutti-dislessici-insegnanti#.VuXyYfnhCUl

Il Miur conferma le anticipazioni di OrizzonteScuola.it: sono in dirittura d’arrivo la pubblicazione dei bandi del nuovo concorso per docenti previsto dalla legge Buona Scuola.

Dopo il Piano straordinario di assunzioni della scorsa estate, prosegue l’operazione di immissione in ruolo degli insegnanti a copertura dei posti vacanti avviata dal Governo. Oggi al Miur si è svolta l’apposita informativa sindacale. Sono confermati i 63.712 posti totali, di cui 57.611 comuni rrelativi, cioè, alle varie discipline) e 6.101 di sostegno.

Nel dettaglio, i posti per grado sono:

– Infanzia 7.237 (6.933 comuni e 304 di sostegno)

– Primaria 21.098 (17.299 comuni e 3.799 di sostegno)

– Secondaria di I grado 16.616 (15.641 comuni e 975 di sostegno)

– Secondaria di II grado 18.255 (17.232 comuni e 1.023 di sostegno)

A questi si aggiungono 506 posti relativi a tutti i gradi di istruzione che saranno banditi sulla nuova classe di concorso A023, quella relativa all’insegnamento dell’italiano come lingua seconda. Il Ministero ha anche fornito i dati (in allegato) relativi ai posti banditi per classe di concorso.

I bandi saranno tre: per infanzia e primaria, secondaria di I e II grado, sostegno. Il bando per il sostegno è del tutto inedito. Confermata l’assenza della prova preselettiva. Si procederà con lo scritto che si svolgerà interamente al computer.

Lo scritto prevede 8 domande sulla materia di insegnamento di cui 2 in lingua straniera (inglese, francese, tedesco o spagnolo, obbligatoriamente l’inglese per la primaria).

I quesiti saranno: 6 a risposta aperta (di carattere metodologico e non nozionistico) e 2 (quelle in lingua) a risposta chiusa. Le due domande in lingua prevedono, in particolare, cinque sotto-quesiti, ciascuno a risposta chiusa. Il candidato dovrà dimostrare di avere un livello di competenza pari almeno al livello B2 del Quadro Comune Europeo di Riferimento per le lingue. Lo scritto avrà una durata di 150 minuti. Mentre sono previsti 45 minuti per l’orale: 35 per una lezione simulata e 10 di interlocuzione fra candidato e commissione. Nella valutazione dei titoli si valorizzeranno, fra l’altro, i titoli abilitanti, il servizio pregresso, il dottorato di ricerca, le certificazioni linguistiche.

Le funzioni per l’iscrizione al concorso saranno aperte alla fine del mese di febbraio. Il Miur sta predisponendo un mini-sito web dedicato al concorso dove si potranno reperire tutte le informazioni utili e da cui si potrà accedere direttamente alla domande di partecipazione al concorso. Il sito sarà disponibile al momento della pubblicazione dei bandi.

Sintesi nazionale numeri per classe di concorso

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